Entrando a Peccioli, la sensazione è forte e chiara: l’arte qui non è un semplice ornamento, ma si fonde profondamente con ciò che è urbano e naturale. Già dalla rotonda in via della Fila, ti viene incontro un’immagine suggestiva: “Peccioli” si trasforma in scale, anfiteatri, campanili e persino orologi. Un benvenuto che ti prepara a un’esperienza ben diversa dal solito museo. Camminando tra le vie di questo borgo, il tempo sembra addirittura rallentare. Oggi conta più di 70 opere e installazioni all’aperto, un elemento che da anni rende questo luogo una destinazione culturale fuori dagli schemi convenzionali.
Posteggiata l’auto, si scende con un ascensore fino a una struttura a spirale: la Endless Sunset di Patrick Tuttofuoco, un’opera coloratissima e avvolgente. Poco dopo, il visitatore si imbatte in un lavoro intenso, quasi intimo: Lo sguardo di Peccioli. Parliamo di un muro fatto di fotografie – occhi di chi abita qui – con espressioni variabili dal sorriso alla perplessità. Quel muro racconta una storia vera, un legame forte fra comunità e arte pubblica, che trasmette una dimensione umana molto genuina lungo tutto il percorso.
Nel centro del paese, in piazza del Popolo, svetta il Macca, il Museo d’arte contemporanea a cielo aperto. Impossibile non notare l’edificio grazie alla sua grande insegna con una “A” rovesciata, guarda caso il segno perfetto per indicare il punto di partenza ideale per esplorare decine di opere che hanno trasformato Peccioli da borgo di poco meno di 5.000 anime a un vero e proprio parco artistico regionale. Dietro questo successo si nasconde un mecenatismo innovativo: una formula che unisce arte, territorio e comunità con un equilibrio, diciamo, solido e duraturo.
Un borgo con una storia che dialoga con l’arte contemporanea
Peccioli non perde la sua identità, neanche se togli tutte le opere d’arte che oggi ne sono la firma visibile. Il centro storico rimane ricco di testimonianze – come il Palazzo Pretorio, sede di un museo di icone russe, e la pieve di San Verano, fondata nel lontano XI secolo e oggi musealizzata per l’arte sacra. E poi c’è la torre campanaria alta 42 metri, costruita in stile neo-moresco nel 1885. All’epoca, fece discutere parecchio – per via del contrasto con le architetture storiche circostanti. Ora però, è simbolo riconosciuto del paese: un segno di come si possa volere una modernità che dialoga con la tradizione.

Un pezzo importante dello sviluppo locale arriva da una scelta forte e non banale: convertire una vecchia discarica in un impianto tecnologicamente avanzato, con una superficie di 34 ettari. La società che lo gestisce produce oltre 15 milioni di kWh di energia elettrica da fonti rinnovabili, cioè molto più del fabbisogno della comunità – più del doppio, per essere chiari. Strano, ma vero: l’attenzione all’ambiente qui si collega a progetti culturali e sociali, un ritorno spesso invisibile se non si visita di persona.
Il sindaco e l’amministrazione hanno elaborato un sistema di collaborazione davvero interessante, articolato su tre livelli: il Comune fa la regia, la Fondazione Peccioli organizza attività culturali gratuite, mentre la società che gestisce l’impianto mette i soldi. E in circa vent’anni sono stati investiti 400 milioni di euro nel territorio, con il 75% delle quote societarie in mano agli abitanti stessi. Un bilanciamento tra pubblico e privato che funziona – non tanto per le parole, ma per i fatti: migliorare la qualità della vita è scritto nello statuto della società locale, e succede.
Un territorio che invita a scoprire oltre il borgo
Oltre il centro abitato si apre un paesaggio vasto: circa 92 chilometri quadrati di vigneti, ulivi, cereali, legumi che sono la vera cifra del territorio. Il paesaggio cambia ed è tipico: crete, tufi e calcare si mischiano a boschi di querce e lecci. Sui crinali spuntano pini marittimi e cipressi, mentre antichi casali raccontano un’agricoltura recente, fatta di mezzadria. Senza questa cornice naturale, si perde molto del rapporto intenso tra Peccioli e il suo ambiente.
Chi vive in città forse non lo immagina: qui si accede facilmente a sentieri per trekking e bici, creati anche grazie alla collaborazione con il Touring Club Italiano. Tra i più amati c’è uno che porta al bosco dell’Ortaglia, sito etrusco di rilievo collegato al Museo archeologico di Peccioli, ricoverato nelle cantine del castello cinquecentesco con reperti importanti. Natura e storia si incrociano, invitando a una riflessione profonda sul senso del territorio.
Non mancano piccoli borghi silenziosi che meritano una visita, come Montecchio – arroccato intorno alla chiesa dei Santi Lucia e Pancrazio – o il percorso che unisce Fabbrica a Montelopio, con la splendida pieve romanica di Santa Maria Assunta, custode di terrecotte invetriate di maestri come Luca della Robbia e Benedetto Buglioni. Ghizzano, invece, spicca per le opere contemporanee più vistose, come la colorata Via di Mezzo di David Tremlett o le sculture di Alicja Kwade: luogo chiamato a gran voce dagli appassionati di fotografia e arte contemporanea.
Accanto alle installazioni moderne, la storia antica si ritrova negli scavi di Santa Mustiola: qui sono emerse sepolture romane e longobarde. Tra i ritrovamenti più curiosi, una cintura di bronzo appartenuta a una giovane donna trecentesca, segno eloquente della ricchezza archeologica locale. Tutto questo arricchisce il Museo archeologico, un riferimento per chiunque voglia esplorare la stratificazione culturale di Peccioli.
Durante il cammino si scoprono anche angoli meno noti, come l’Osservatorio astronomico Galileo Galilei a Libbiano e l’area detta Triangolo Verde, vicina alla discarica. Qui si organizzano eventi e concerti e ogni anno si raccolgono circa 30 mila visitatori. Sul posto si trovano alcune delle sculture più grandi realizzate appositamente per il borgo e le decorazioni sui muri di contenimento firmate da Tremlett e Staino. Insomma, un chiaro esempio di come Peccioli sappia rendere l’arte parte integrante anche degli spazi urbani più impensati.
